martedì 19 luglio 2011

Monte Bianco 4810 m.

MONTE BIANCO 21/09/1987

Il momento tanto atteso finalmente è arrivato. Dopo un intenso inverno di sci-alpinismo e un’estate di escursioni, tutto è pronto; io, Andrea Viano (allora aspirante G.A) Claudio, Giancarlo e un amico di Andrea, il 20 settembre 1987 ci avviamo verso il Monte Bianco, con l’intenzione di salirlo (ovviamente) e dal suo versante più accessibile (quello francese per intenderci).Arrivati in Valle d'Aosta “Egli” ci appare. Il tempo è bello, danno solo il passaggio di una breve perturbazione in serata, ma domani dovrebbe essere stupendo. Confidiamo (le previsioni nel 1987, non erano di certo attendibili come oggi) e pensiamo con invidia ai fortunati che in questo momento sono in cima. Speriamo che domani sia veramente così. Attraversiamo il tunnel e raggiungiamo la stazione del "Trenino del Mont Blanc ". Scarichiamo armi e bagagli e saliamo. Il percorso è lungo ma piacevole, ma alla fine arriviamo (con molti altri che hanno lo stesso obbiettivo) al Nid d’Aigle. Finalmente il Nid d'Aigle! Zaini in spalla e via (con la previsione di almeno 4-5 ore di marcia) sul l sentiero che, con innumerevoli tornanti, ci porta fino al rifugio Tete Rousse. Da qui si vede distintamente la meta (meglio sarebbe non guardare) della giornata : il rifugio Goùter, ben visibile su uno spuntone. Sembra vicino, ma così non è; ci vorranno ancora più di tre ore per raggiungerlo. Il percorso si presenta senza neve, appare il famoso e temuto canale da attraversare. Questo è sicuramente il tratto più pericoloso della salita. Da fare possibilmente di corsa, schivando i proiettili che arrivano dall’alto. Con un po' di paura lo superiamo fortunatamente tutti indenni e iniziamo l'infinita arrampicata sulle rocce che portano al rifugio.Finalmente sfiniti raggiungiamo il rifugio e cerchiamo una illusoria sistemazione (a quei tempi il rifugio era quello vecchio, max 70 persone, mal contati eravamo 200), in attesa della cena (in orario ospedaliero) approfittiamo per fare fotografie (poche, esistevano solo i rullini e costavano). Dopo un frugale pasto (i rifugi francesi non offrono molto, e l’acqua costa più dello champagne), ci invitano ad uscire dal rifugio per riassettare. Tempo 10 minuti, e rientrati il posto più comodo per sistemarsi, era sotto il tavolo (fortunato chi ci è riuscito). Io dovrò accontentarmi di dividere un pezzo di panca con un “cugino” francese (a spintoni ovviamente). Notte lunghissima, se consideriamo che sono solo le 20 (sigh!) Risveglio fissato per le ore due. Superfluo dire che non dormiamo un granchè sia per la stanchezza sia per l'ansia che ci tormenta, e sia per quel francese che continua a spingere per mettersi comodo. Riusciremo ad arrivare in vetta? La sveglia è una liberazione. Una misera colazione e poi ci prepariamo. Verso le tre la partenza alla luce delle pile frontali, temperatura decisamente fresca ma con cielo stellato. Si intravede una lunga fila di lucine sui primi pendii, poi sempre più duri. Arriviamo alla capanna Vallot alle prime luci dell'alba, e ci rincuoriamo. La cresta delle Bosses ora è lì davanti a noi, sembra dura, ma si rivelerà anche peggio. L’affrontiamo e ci avviamo a passo lento, l'aria comincia un pò a mancare; più si sale e più si soffre. Mi consolo vedendo che anche le altre cordate non corrono.. La velocità si riduce ancora. Pochi passi e una fermata, cercando di trovare un po' d'aria. I momenti di sconforto si susseguono, ma rinunciare ora, significherebbe non tornare un’altra volta; non avrebbe senso. Rinunciare sarebbe una follia. Proseguiamo sulla cresta che si fa sempre più esile, mentre cominciamo ad incrociare le prime cordate che già scendono. Ad un tratto, senza più pensieri tutto finisce: non c’è più salita, è la vetta. Quasi non ci credo, sono sul tetto d'Europa, ce l'abbiamo fatta! Ci complimentiamo con delle strette di mano, scattiamo le foto di rito,che mai come questa volta sono tanto importanti per fermare questi attimi. Non possiamo che guardarci intorno con la splendida visione delle vette sotto di noi. Altre cordate arrivano dal monte Maudit, ancora più stravolte di noi. Rimaniamo per un po' in vetta, non fa neanche troppo freddo e vogliamo raccogliere più emozioni possibili da ricordare. Bisogna però scendere. Ci avviamo con prudenza sulla stretta cresta e iniziamo l'infinita discesa che ci porterà prima alla capanna Vallot, dove poco più sotto ci fermiamo al sole a mangiare qualcosa; per la prima volta in vita mia, avevo comprato le famosissime barrette energetiche, sponsorizzate allora da Messner, fortunatamente dopo la prima sono riuscito a fare un cambio, (per me molto vantaggioso), con un altro alpinista con pane e salame, poi ancora una lunga discesa verso il rifugio del Gouter, finalmente in luoghi più sicuri. Ancora una meritata sosta al rifugio, poi la cresta rocciosa sino al maledetto traverso. Infine senza più problemi alla partenza del trenino, con i piedi a dir poco fumanti. Arriveremo esausti a valle con la voglia di piantare lì tutto e con un solo pensiero “ma chi me lo fa fare”. Ma la settimana dopo siamo di nuovo impegnati su altri itinerari, come sempre.

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